Sono passati 31 anni dalla morte di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, coinvolti nella strage di via D’Amelio. Il 19 luglio 1992, alle ore 16:58, la Fiat 126 rubata venne fatta esplodere in via Mariano D’Amelio al civico 21 a Palermo, uccidendo il magistrato e i 5 agenti.
La strage di via D’Amelio, “tragica nel suo esito umano e deflagrante sul piano politico istituzionale dell’epoca in cui si consumò“, pone “un tema fondamentale“, quello della verità nascosta, o meglio “non completamente disvelata“.
Il 12 luglio del 2022 i giudici del tribunale di Caltanissetta scrivevano sul depistaggio delle indagini successive alla strage di via D’Amelio, nei confronti di tre poliziotti del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, accusati di calunnia aggravata e che si è concluso con la prescrizione delle accuse a Mario Bo e Fabrizio Mattei e l’assoluzione per Michele Ribaudo.
Strage di via d’Amelio, 31 anni dalla morte di Paolo Borsellino: ancora un mistero
Per i magistrati, “tra ‘amnesie’ generalizzate di molti soggetti appartenenti alle istituzioni e dichiarazioni testimoniali palesemente smentite da risultanze oggettive e da inspiegabili incongruenze logiche, l’accertamento istruttorio sull’eccidio di 31 anni fa sconta gli inevitabili limiti derivanti dal velo di reticenza cucito da diverse fonti dichiarative, rispetto alle quali si profila problematico ed insoddisfacente il riscontro incrociato“.
Secondo i pm gli imputati avrebbero indottrinato dei falsi pentiti che sarebbero stati costretti a mentire e ad accusare della strage persone innocenti.
“A distanza di circa 30 anni dalla strage di via D’Amelio“, vi sono “limiti strutturali non oltrepassabili poiché più ci si allontana dai fatti più è difficile recuperare il tempo perduto“. La strage di via D’Amelio resta in buona parte un mistero da indagare.
Paolo Borsellino confidò alla moglie Agnese che “c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato” e poi aggiunse che aveva visto la “mafia in diretta“, parlando anche in quel caso di contiguità tra “mafia e pezzi di apparati dello Stato“. Alla moglie rivelò anche che “non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere“.
“Tanto nella fase ideativa, quanto nella fase esecutiva soggetti estranei a Cosa nostra abbiamo svolto un ruolo nella strage di via D’Amelio“. Tuttavia “nella sua secolare storia, Cosa nostra non ha mai eseguito decisioni adottate all’esterno di essa“. Il tribunale nisseno ipotizza “una convergenza di interessi con persone o enti estranei alla consorteria, magari esplicatasi nell’avvalersi del contributo di tali soggetti” e la “partecipazione morale e materiale alla strage di via D’Amelio di altri soggetti diversi da Cosa nostra e/o gruppi di potere interessati all’eliminazione di Paolo Borsellino“.
Il depistaggio sarebbe iniziato subito dopo la strage con la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. I magistrati della procura di Caltanissetta nel maggio scorso hanno impugnato la sentenza. Per il procuratore capo Salvatore De Luca ed il pm Maurizio Bonaccorso, “è dimostrato in maniera incontrovertibile il coinvolgimento nella strage del 19 luglio 1992, anche di soggetti estranei a Cosa nostra, affermazione che non può nemmeno essere messa in discussione dal mancato accertamento di specifiche responsabilità penali“.
Il coinvolgimento di soggetti estranei alla mafia sarebbe provato dalla “tempistica della strage che non coincide con gli interessi della consorteria mafiosa e la strana presenza di appartenenti al servizio di sicurezza attorno alla vettura blindata del magistrato negli attimi immediatamente successivi all’esplosione“.
