Maldestro a Ego aperto: svela tutto il suo mondo

Si chiama “EgoSistema” ed è l’ultima fatica discografica di Maldestro. Il cantautore napoletano si racconta a Crc.

Ma più che un’intervista a cuore aperto, la nostra è una chiacchierata a “Ego” aperto sulle canzoni di questo progetto. Antonio, partiamo proprio dal cuore, disegnato anche sulla copertina del disco. Secondo te, come se la gioca con l’ego?

“Penso che cuore ed ego siano sempre e completamente in lotta. Ogni tanto vince l’ego, ogni tanto il cuore ha la meglio su tutto. La soluzione sarebbe trovare un equilibrio perfetto tra le due cose. L’ego è fondamentale per l’essere umano, ma non deve prevalere, sforare; in questo modo, finirebbe solo per fare danni. La cosa più giusta sarebbe costruire un ponte tra cuore ed ego”.

So che “EgoSistema”, almeno dal punto di vista della scrittura, non ha avuto una gestazione lunghissima.

“Sì, è vero, l’ho scritto in pochi mesi, da novembre 2019 a gennaio 2020. Rispetto agli album precedenti, è stato diverso il metodo, nel senso che prima tendevo solitamente a prendere la chitarra o il pianoforte e cominciavo a scrivere canzoni. Per questo disco, invece, ho cercato prima un suono diverso, ho creato prima gli arrangiamenti e poi ho cominciato a scrivere, quindi è stato partorito in maniera diversa. Mi sono divertito molto. Ho concluso le registrazioni a Milano a marzo 2020, qualche giorno prima del primo lockdown. Sono tornato a Napoli giusto in tempo”.

Nel primo periodo di pandemia sei anche tornato al tuo primo grande amore, il teatro, scrivendo per diversi progetti.

“In quei mesi ho lasciato stare un po’ la musica e mi sono dedicato al teatro, riprendendo cose già scritte e scrivendo racconti nuovi per ultimare il mio primo romanzo. Gli ultimi due anni li ho trascorsi così”.

Pochi mesi fa hai anche portato in scena al teatro Piccolo Bellini di Napoli lo spettacolo “Io non sono pacifista”.

“È uno spettacolo ispirato alla storia di Gino Strada. Ho letto i suoi libri e mi hanno letteralmente aperto il cuore a metà, così ho pensato di farne una pièce teatrale. È stato un bellissimo viaggio. Io amo molto il teatro civile. Questo è stato uno spettacolo necessario, e anche doloroso. Persone come Gino Strada devono essere raccontate, perché si tratta di uomini in grado di spostare il pensiero e cambiare la visione del mondo. Per me è stato un onore poterlo far rivivere in questo spettacolo e poterlo rappresentare in qualche modo”.

Iniziamo a entrare nelle canzoni di questo disco. Parto dalla title track “EgoSistema”. La frase “Io fingo di ascoltare tutti” quanto ti somiglia?

“Parecchio. Mi somiglia parecchio perché è così, talvolta siamo così presi da noi stessi che quello che dicono gli altri ci interessa poco. Nonostante io sia un ascoltatore seriale e mi piaccia molto ascoltare, ogni tanto fallisco vergognosamente”.

Alla fine della canzone ci sono delle bellissime parole. Mi hanno colpito in particolare queste, perché raccontano una grande verità: “Ci sono persone scritte al contrario, puoi leggerle solo da dentro, e allora ci devi entrare”.

“A declamare queste parole è Cinaski, Vincenzo Costantino, un bravo poeta milanese, anche se dire bravo è molto riduttivo. È un grande poeta con il quale ho collaborato; ci siamo ritrovati una sera a Milano in un locale, assieme a Manuel Agnelli, e per caso è nata anche la nostra amicizia. Lui ha scritto molti libri e ha lavorato anche con Vinicio Capossela. Le persone scritte al contrario sono in assoluto le migliori che abbia mai incontrato in vita mia, hanno un pensiero diverso dai soliti schemi abituali. Faccio sempre il tifo per questo tipo di persone”.

Una delle mie canzoni preferite di questo disco è “Anna se ne frega”, un pezzo delicato e intimo che racconta anche di quanto a volte sia liberatorio “sbagliare e fregarsene”.

“Assolutamente. Sbagliare ci aiuta a correggere il tiro, a comprendere chi siamo. Chi non fallisce, non fa. Sono un grande fan dei fallimenti perchè su quelli si costruisce e si guarda avanti. Sbagliare è fondamentale”.

Un’altra canzone fortemente autobiografica è “Pezzi di me”. Hai in qualche modo ricomposto i pezzi di questo puzzle?

“No, non credo. O almeno, in quei tre minuti e mezzo di canzone, sì, perchè in quel breve tempo, canti, ti liberi, e in qualche modo ti rimetti a posto con l’universo. Poi subito dopo, i pezzi, e per fortuna direi, ritornano di nuovo sparsi, e quindi il lavoro che mi tocca fare ogni tanto è quello di raccoglierli e di metterli di nuovo insieme. Sono fatto di pezzi che si compongono e scompongono continuamente”.

Probabilmente non basta una vita a raccogliere tutti i pezzi di sé.

“Ma forse nemmeno due”.

“Il panico dell’ansia”, l’ansia del panico. Sono in qualche modo complementari o intercambiabili?

“Sì, in base al livello di ubriacatura (ride, ndr)”

Nel 2017 hai partecipato al Festival di Sanremo con “Canzone per Federica”, secondo posto tra le Nuove Proposte e Premio della Critica Mia Martini. Io la considero una delle canzoni più belle mai scritte nella musica italiana. Rifaresti il Festival?

“Lo rifarei. Sanremo è stata un’esperienza molto bella, divertente, appassionante. L’ho vissuta come se fosse veramente un gioco, cercando di non essere risucchiato dalle luci della ribalta. L’ho vissuta davvero come fosse una gita della scuola”.

Quale canzone di questo disco avresti presentato a Sanremo?

“Forse ‘Come Kim Ki-Duc’, uno dei pezzi che più mi rappresenta”.

Hai citato il regista Kim Ki-Duc. I due pezzi dell’album citi Marilyn. Che rapporto hai con il cinema?

“Con il cinema ho un rapporto straordinario. Sono un appassionato di film in bianco e nero, ma anche del cinema muto. Amo in particolare il cinema coreano che, secondo me, ha autori e registi fantastici, tra cui Kim Ki-Duc, Il cinema mi ha dato tanto, ed è una forma d’arte che, attraverso le immagini, la scrittura, il sonoro, esprime tantissimi sentimenti. È una forma d’arte completa”.

C’è una frase che ripeto spesso nelle mie interviste con gli artisti, e che nel tuo caso, mi sembra particolarmente calzante: ci sono “dischi da leggere e libri da ascoltare”. Tra i tanti, quali sono stati i libri che ti hanno cambiato e salvato la vita?

“Uno dei libri che mi ha cambiato la vita è stato ‘La Fine è il mio inizio’ di Tiziano Terzani, uno di quegli autori che sposta il pensiero e ti fa guardare le cose e il mondo in maniera diversa. Questo libro mi ha aperto davvero gli occhi su tante cose e situazioni, soprattutto interiori. Terzani, oltre ad essere un giornalista di grande valore, è stato anche un uomo che è sceso spesso dentro di sè. A me ha donato tanto, quindi è un autore che consiglio a tutti”.

Un altro pezzo che amo di quest’ album è “Paranoie”, canzone che racconta delle nostre fragilità. Mi piace questa frase che recita un’altra grande verità: “Farsi amare senza amare” è un piccolo reato…

“Lo è, anche se io sono del parere che si cambia nella vita, si cambia almeno ogni mezz’ora. A volte riascolto cose che ho scritto un paio di anni fa e mi dico ‘Ma questo sono io… io non la penso così ora…’. Questa frase ha in sè una piccola verità anche se penso che poi tutto è amore, e anche quando non si ama ci sono sempre delle ragioni d’amore. Riascoltandola oggi probabilmente non la riscriverei”.

Cose dette da altri con le quali Maldestro è d’accordo o meno. Cito Giorgio Gaber: “Date fiducia all’amore, il resto è niente”.

“Beh sì, sono d’accordo. L’amore è la ragione per cui tutto è”.

Da Alessandro Baricco: “La Globalizzazione è un sistema studiato per far respirare il denaro attraverso la pace”.

“Trovo che la globalizzazione abbia i suoi pro e i suoi contro, io sono per l’Umanità. Per me è un fallimento che l’Italia si chiami Italia e la Polonia si chiami Polonia. Mettere una bandiera per varcare un confine è come mettere un muro, e questo spesso è causa di guerre, ma è anche vero che la globalizzazione ha portato ricchezza culturale; rispetto a cinquant’anni fa, oggi è molto più semplice potersi confrontare con qualcuno che vive in Finlandia, e questo confronto ci porta a crescere, conoscere e comprendere anche altre culture e umanità”.

Ogni cosa fatta in qualche modo la si paga in ansia, in insuccesso, e se tutto va bene, in nostalgia. Fabrizio De André.

“Concordo. E con la morte concluderei io. Mi viene in mente una frase di un film d’animazione, quella della scena in cui Simba e il padre guardano l’orizzonte e Simba chiede al padre: A cosa serve l’orizzonte se noi ci avviciniamo e lui si allontana? E il padre risponde: Per avanzare. Anche se noi sappiamo che ad un certo punto c’è la fine, viviamo per avanzare, l’istinto umano ci porta ad andare sempre oltre. Sembra una follia ma la grandezza della vita è questa”.

Prossimamente, ci saranno appuntamenti live di concerti o teatrali?

“Sto lavorando con il mio team alla chiusura di alcuni concerti. Anche per il teatro è così”.

Nell’Egosistema di Maldestro come si vive?

“Una bomba (ride, ndr). Scherzi a parte, si vive tra terremoti e primavere”.

SscNapoli

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